Gli archivi
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Il termine «archivio» deriva dal greco archeion, etimologicamente affine al termine arkè, che significa «principio». Tale è, in effetti, un archivio: principio. Principio, innanzitutto, di diritti del cittadino e, quindi, garanzia di trasparenza della pubblica amministrazione. Negli archivi pubblici, infatti, vengono conservati i documenti che la pubblica amministrazione produce, che servono a garanzia del buon funzionamento di ogni procedimento e servono per assicurare al cittadino che i suoi diritti non siano lesi: quando chiediamo l’“accesso agli atti”, in fondo, chiediamo l’accesso agli archivi, che, quindi, devono essere ordinati e a disposizione. L’archivio ha, poi, un valore giuridico: in un paese fondato sul diritto civile, i documenti servono come testimonianza di quanto si afferma, secondo un principio formulato già nella massima latina «ciò che non è nei documenti non esiste nel mondo”. E dunque, appare chiara l’importanza degli archivi nella vita quotidiana di ogni persona, che non solo può averci a che fare in relazione alla pubblica amministrazione, ma che ne conserva uno in casa propria, spesso senza rendersene conto: sono gli archivi privati, che testimoniano l’attività di persone fisiche e giuridiche (imprese, ad esempio), tenute a conservare i propri documenti sia per eventuali controlli sia per testimoniare la propria attività ai posteri. E proprio ai posteri oltre che ai contemporanei si rivolgono i documenti degli archivi, ancora una volta, principio: principio della storia futura, fonte fondamentale per conservare la memoria del presente. I documenti, infatti, lentamente perdono parte del loro valore amministrativo e acquistano valore storico, di fonte e testimonianza.
L’archivistica, la disciplina che studia gli archivi, ha tradizionalmente suddiviso in questo senso gli archivi in tre fasi: gli archivi correnti, l’insieme dei documenti prodotti da un soggetto (pubblico o privato) e usati frequentemente per gli affari in corso (le pratiche, per dirla con linguaggio “da ufficio”); gli archivi di deposito, la delicata fase di transizione in cui giacciono i documenti ormai usati sporadicamente per la gestione degli affari in corso e in cui matura l’interesse storico; gli archivi storici, in cui vengono conservati per sempre (o almeno, si spera) tutti i documenti che testimoniano la storia del soggetto che li ha prodotti. L’archivio appare quindi come Giano Bifronte, con uno sguardo al passato, i documenti che conserva, spesso molto antichi, e uno al futuro, la conservazione dei documenti prodotti oggi per la storia di domani. Ed è proprio questo nodo, il futuro della memoria, che negli ultimi anni, ha visto gli archivisti protagonisti di un dibattito accesso e complesso: la conservazione del digitale. Come conservare documenti formati di bit e non più di carta e inchiostro? Sarà possibile, fra 600 anni, un mostra di documenti degli anni 2000? Lo sarà solamente se si investirà con consapevolezza nella corretta gestione degli archivi digitali di oggi, ricordandosi che le memoria di un popolo passa attraverso i documenti, che nascono, fin da principio, come beni culturali.
Una teca dedicata all’argomento, un filmato illustrativo. All’interno della teca, il Repertorio cronologico degli atti dell’ospedale di Santa Maria (fine sec. XIX) e l’Inventario generale dell’Archivio Comunale di Chieri (1853) |
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